L’infantile ricerca della felicità

di Predrag Andjelic

Luminosi Giorni, rivista di cultura politica

 

“Avevi paura?” – gliel’avevo chiesto dopo che due deltaplani a motore erano atterrati sul prato, avevano frenato dritti fino alla fine della pista, e sapendo già come lei mi avrebbe risposto. Le condizioni di volo in quei giorni stavano peggiorando, e l’approssimarsi del vento era nell’aria. Si tolse l’elmetto mentre i suo capelli castano chiaro ricadevano sulle spalle.

“E’stato grande!” – mi disse – “Adoro la sensazione che provoca l’adrenalina! Un po’ di tempo fa, correndo sul circuito, sono caduta dalla moto ma mi sono subito alzata e ho sono andata avanti!”. Mi fa sorridere questo suo caratterino: domani sarà già in Spagna per uno shooting di moda, e dopodomani da qualche altra parte ancora nel mondo… 

Negli ultimi anni, mi è capitato di sentire la parola “adrenalina” in tanti, troppi discorsi, e in molti si vantano persino di esserne dipendenti. Secondo la medicina, l’adrenalina è l’ormone prodotto dal nostro corpo in regime di “lotta” o “fuga”, ossia in circostanze di emergenza, diversamente dal consueto stato di “crescita” o “rigenerazione”. In altre parole, il nostro organismo si trova sempre in una delle due condizioni, o di normalità o sotto stress, finendo a consumare le naturali riserve di energia e bloccando il processo di rigenerazione. Le differenze si vedono anche a livello spirituale, tra chi tende all’introspezione e all’analisi di sé, e chi naturalmente estroverso, appare più o meno “fuori di testa”. Vivere continuamente sotto stress, anche se si tratta di quello “positivo”, sollecitato in modo artificiale, costituisce potenzialmente una spinta suicida, che è anche lo specchio della nostra civiltà in declino.

Detto questo, ha senso allora stabilire quale sia la verità: la felicità e il suo raggiungimento, sono davvero ciò per cui viviamo? Che cos’è poi davvero, la felicità?

Partendo da quest’ultima domanda, possiamo concludere che essa è un concetto molto relativo e dinamico. La sua definizione ed essenza muta da persona a persona, e cambia anche nel tempo. Ciò che definivamo “felicità” nel passato, oggi è solo dépassé: avere molti figli, una buona reputazione, dare un contributo alla propria comunità, ad esempio.

Forse parte della sua definizione data dall’Organizzazione Mondiale per la Sanità come “assenza di malattia” può prestarsi alla comprensione del significato di felicità, inteso come “assenza di infelicità”. D’altro canto i media, che chiaramente sono nella posizione di influenzare miliardi di persone, cercano di convincerci che i prerequisiti della felicità consistano nel possedere “certi” prodotti e raggiungere un “certo” stile di vita, al punto che l’esserne privi è sintomo di infelicità. Viene in mente quel detto americano secondo cui “Solo un salario ci divide dalla bancarotta”, a cui si potrebbe aggiungere che nella mancanza di tutto, la nostra fragile idea di una vita felice è stata riempita dal sogno americano. La crisi economica mondiale sulla quale cinguettano persino gli uccellini di legno, ne è una conseguenza, solo che l’illusione ha preso il posto della realtà per almeno tutto il secolo: l’illusione di una crescita e spesa perenni che a loro volta, finanziano un futuro immaginario. Questo è lo stile di vita degli individui e anche degli Stati, Serbia compresa. Basta solo tenerne l’atmosfera in un perenne stato di euforia a cui nel tempo si aggiungono scariche sempre più forti di adrenalina, guardando la televisione anziché noi stessi. Ammesso che lo scopo di tutto sia la felicità, l’aspetto di tutta questa operazione sarebbe ben diverso.

La morte e sepoltura di tutte le ideologie è stata la conseguenza sostanziale, perché è oramai chiaro che l’unica tra quelle che poteva prestarsi ad essere il modello di un “buon” stile di vita, richiede una certa dose di sacrificio. Sarebbe un non-senso il concetto di “sacrificio”, cioè di volere che l’esistenza quotidiana aspiri alla cosìdetta “vita migliore”, così come l’intendiamo oggi. Al di là della centralità dell’essere umano, l’idea che si deve vivere e morire fa sì che la felicità di ognuno resti in un’ombra quasi irraggiungibile, nonostante l’uomo moderno ne viva in perpetua e quasi infantile ricerca. Un po’ come Marilyn Monroe, che si sposò e divorziò per tre volte, sempre alla ricerca dell’amore vero.

Tempo fa guardavo alla tivù tedesca Chi vuol essere milionario? condotto dal grande Günther Jauch. Una signora di mezza età, che era riuscita a vincere un discreto gruzzoletto, alla domanda su cosa intesse fare di quei soldi, dopo una significativa pausa, si era sentito rispondere: “Realizzerò un sogno di gioventù comprandomi un nuovo set di coltelli da cucina di ottima qualità!”. Le risposte di tutti gli altri (giovani) concorrenti andavano da una macchina nuova fino a viaggi e/o divertimento. In altre parole, nel giro di una generazione, l’idea di felicità è cambiata a livelli schizofrenici seguendo le sollecitazioni che il capitalismo crea, e sembra che la patologia cresca sempre più.

Qualcuno ha detto che negli Anni Ottanta, sarebbe stato necessario che la vecchia generazione di partigiani potesse sedere in collettivo alla Presidenza della Yugoslavia, per dare spazio ai più giovani; in realtà poi è venuto Slobodan Milosevic, con altri “giovani”, fino agli odierni yuppies del DOS[1]. In definitiva, tutti i partiti serbi di oggi, privi di ideologia, sono diversi tra loro praticamente a livello zero, e appaiono in sostanza tutti uguali, senza che alcun analista esperto possa più indicarli come “salvatori della Patria”. Consapevoli di questa situazione, i nostri cosìdetti esperti non possono far altro che rivolgersi all’ “Europa unita” per un qualsiasi tipo di sostegno. Così come latte e miele scorrevano nell’antica Caana di Galilea, così nell’Unione Europea scorrono fondi inesauribili, che riempiono un buco da una parte, e ne svuotano un altro dall’altra, noi nello specifico. Non appena arriveremo al banchetto, riusciremo allora a trarne godimento, ma, soprattutto, felicità.

Ben detto, saggio amico mio: non correre dietro alla felicità, fermati e girati a dare un’occhiata, forse è dietro di te.

7 Novembre 2014

 

 

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[1] DOS va inteso come acronimo di Democratic Opposition of Serbia, o, in italiano, Opposizione Democratica Serba, coalizione al potere in forme di accordo differenti, dal 2000 al 2012. L’Opposizione Democratica di Serbia si costituì per coordinare le forze contrapposte al regime autoritario di Slobodan Milošević, e si presentò per la prima volta alle elezioni presidenziali in Jugoslavia nel 2000, oltre che alle elezioni parlamentari serbe del 2000.

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