Cosa rappresenta Djokovic per i Serbi. Ma onestamente.

di Predrag Andjelic

Luminosi Giorni, rivista di cultura politica

 

Novak Djokovic, per chi non lo sapesse, è il tennista numero 1 al mondo nella classifica dell’ATP (Association of Tennis Professionals). E’ nato e cresciuto a Belgrado ed è perciò un serbo integrale dalla testa ai piedi. Che sia chiaro. Ogni suo successo mi entusiasma, anche se magari non mi ritrovo davanti al televisore ad imprecare se batte la palla fuori dalla linea. Ma se si tratta di ambizione, soprattutto di larga scala, il mio dilemma resta quello di capire se si tratti di colmare un grande vuoto interiore dell’anima, o un gioco nel gioco della vita a cui siamo condannati in questo spazio che è l’Universo. In ogni caso, Novak Djokovic è riuscito a realizzare il suo sogno di tennista con enorme successo, ad un prezzo che solo lui e la sua famiglia conoscono, per il quale dunque merita le più sincere congratulazioni.

Chiarito questo, e smaltita almeno un po’ l’euforia che sale a parlare del “miglior uomo serbo nel mondo” , spero sia concesso soffermarsi non tanto su Novak Djokovic uomo ma sull’impatto del “fenomeno Djokovic” sul nostro immaginario collettivo odierno. In sostanza, si tratta di spendere alcune riflessioni sul matrimonio d’interesse tra politica e il cosìdetto “sport”, una formula utilizzata per la prima volta dall’imperialismo capitalista conosciuto anche come fascismo ma in seguito anche, per ragioni differenti e specifiche, da altri tipi di regime compresa la famosa “transizione”; e per “transizione” s’intende quella fase storico-politica post-socialista in corso nella maggior parte dei Paesi dell’Europa centrale e sud-orientale, caratterizzata dalla tendenza alla privatizzazione universale, alla quale seguono la stratificazione delle classi sociali e dunque, la decomposizione dei precedenti valori sociali tipici del regime passato. Che soprattutto la “transizione” abbia interesse a questo matrimonio d’interesse sembra confermato anche dal nostro caso.

Lo sport agonistico è di per sé, un’attività fortemente logorante, e dovrebbe esser tenuto distinto da quello che invece si intende come cultura fisica. La pratica agonistica deteriora la parte spirituale, mentale e fisica di un essere umano. Il corpo, che rappresenta il nostro naturale “spazio ambientale”, viene sfruttato con lo scopo di raggiungere la migliore performance sportiva, allo stesso modo in cui le priorità del capitalismo hanno esaurito le risorse d’aria, acqua e terra ai fini del profitto. A risentirne è soprattutto il corpo femminile: se è vero che il continuo allenamento resta sfortunatamente il metodo migliore per ottenere dei risultati, la perdita dei tipici attributi femminili è evidente sul fisico di molte atlete e ginnaste. Lo sport agonistico, diversamente dal vero gioco, non stimola lo sviluppo della creatività umana, dell’immaginazione, della solidarietà e così via. Si tratta piuttosto di competizione, quella in cui qualcuno deve, sempre e ad ogni costo, vincere. Lo sport dunque si rivela, secondo quanto conferma la visione di un amico atleta di chi scrive[1], pari al capitalismo iperliberista ed anzi, ne diviene il suo figlio prediletto.

Non di rado, poi, lo sport agonistico è un’attività prescelta come professione, da chi è cresciuto in un contesto di relativa povertà. E se si considera che la povertà è un fenomeno emergente in tutti i meridiani del globo, va da sé che lo sport va assumendo una rilevanza che mai gli si era attribuita in passato. Ricordo ancora il difficile periodo di totalitarismo durante il quale la Yugoslavia godeva di riconoscimento e rispetto internazionale: Gli atleti di allora “entravano in campo” prima per il loro inno e la loro bandiera nazionale, poi per il loro Paese, e infine per vincere le competizioni più importanti, anche se non riesco ad aver memoria, almeno fino all’ultima decade del secolo scorso, del “benvenuto di Cesare” in loro onore, oggi così comune persino per i vincitori di qualche oscuro festival musicale conosciuto come Eurosong. Solo Tito ricevette il benvenuto di ritorno dal suo “Viaggio di pace”, e mi convinco sempre più che questa analogia sia intenzionale.

Di tutto ciò, sarà facile aver conferma dagli odierni estimatori di Edward Bernays, pioniere di quell’operazione di “ingegneria sociale” che è il marketing politico. In altre parole, si tratta della ragione per cui ad ogni importante manifestazione sportiva, avrete modo di notare la presenza di qualche esponente dei massimi vertici istituzionali, in alcuni casi dello stesso capo di Stato, alle spese dei contribuenti. Ma per noi, cosa davvero rappresenta Novak Djokovic?

Avete presente il nome del tennista svizzero, giusto? Esatto, Federer. Nonostante sia l’unico campione nel suo Paese, non ha mai ricevuto dai suoi connazionali il tipo di ovazioni che invece spetta regolarmente a Djokovic. Certo, i popoli sono diversi tra loro, si potrà argomentare, il fatto è che noi Serbi siamo naturalmente calorosi e gli Svizzeri composti e compassati. Ma la differenza sta anche nell’atteggiamento delle istituzioni, qui da noi e lì, dato che gli Svizzeri non attribuiscono ad una sola persona il riconoscimento positivo del resto del mondo, solo perché su questa si concentrano molti di quegli “aspetti positivi”. Significherebbe che la Serbia di oggi è un libro con una sola lettera, e Djokovic la nostra “brioche di Maria Antonietta”, in mancanza di vero pane. Una nazione seria che voglia sopravvivere nel XXI° secolo, o anche aspiri alla leadership, deve investire in istruzione e cultura, non in sport, perché lo sport- quello più sleale, è parte di quell’industria dell’intrattenimento che finisce ad assuefare, mentre il vero potere di una nazione, la sua reputazione e ricchezza sono dati dal livello di acculturazione del popolo.

Non possiamo che augurare a Novak Djokovic sempre più vittorie se questo lo stimola, e incassi sempre più alti, da non spendere tuttavia in giro per il mondo, anche se lì guadagnati, ma riportati in Serbia, pure se la madrepatria non lo ha in nessun modo aiutato a diventare ciò che oggi è. Questo dovrebbe fare la vera élite. E voi cari lettori, invece di sprecare due ore delle vostra vita a guardare il prossimo US Open, potreste leggere un qualche libro, è sempre utile. Perché come il regista Srdan Golubovic ha detto qualche giorno fa[2], “Un giorno Djokovic smetterà di giocare, ma la Serbia sarà ancora senza petrolio e gas…”.

21 Settembre 2014

 

 

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[1] Ljubodrag Simonovic : Sport, capitalism, destruction (Ljubodrag Simonović: Sport, kapitalizam, destrukcija – Lorka, Belgrade 1995).

[2] La citazione risale al giugno 2011.

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